Due chiacchiere con Alberto Benchimol Socio dell’associazione Dolomiti Open ASD

Vogliamo parlarti di un progetto che ci ha emozionato fin da subito, si tratta della: “La Falesia Dimenticata”. Una parete di arrampicata, a San Lorenzo Dorsino, tra la Valle del Sarca e le Dolomiti di Brenta, con caratteristiche di arrampicata uniche, frequentatissima dai climber locali. Da un giorno all’altro la Falesia venne chiusa…

Così l’associazione Dolomiti Open ASD ha deciso di riaprirla, attraverso una campagna di crowdfunding sulla piattaforma italiana Eppela, una campagna fantastica oserei dire magistrale.

La raccolta della si è chiusa con grande successo il 5/6/2017 raccogliendo 21.705 € attraverso 399 sostenitori, davvero un ottimo risultato tenendo conto dell’obiettivo iniziale: 18.000 €.

Abbiamo incontrato ed intervistato Alberto Benchimol, socio dell’Asd Dolomiti Open dalla sua costituzione. Per conoscerlo meglio e capire cosa c’è dietro a una campagna di grande successo.

Come ti chiami e quale ruolo ricopri all’interno dell’associazione “Dolomiti Open ASD”?
Alberto Benchimol, sono un socio entusiasta dell’Asd Dolomiti Open fino dalla sua costituzione: un’intuizione della Guida alpina Simone Elmi per sviluppare una visione molto ampia sulla montagna come luogo di connessione e crescita sociali.
Come Direttore esecutivo della Sportfund Fondazione per lo sport Onlus mi occuperò dello sviluppo dell’area dedicata ai climbers con disabilità.

Quanti anni hai?
55 il prossimo settembre, 33 dei quali dedicati allo sport inclusivo, dapprima nello sci alpino e poi nell’arrampicata.

Come è nata la tua passione per questo sport?
La passione è nata con me: arrampico dalla nascita, come tutti i bambini lasciati liberi di giocare all’aria aperta senza genitori nel panico per graffi e sbucciature, e anche per qualche bella botta!
Poi, nel tempo, ho avuto la fortuna di continuare ad arrampicare con continuità legandomi in cordata con tanti cari amici, e da undici anni quasi esclusivamente con mia moglie Rossella.
Oggi, oltre allo sci, è lo sport che pratico in esclusiva e spero di poter arrampicare per sempre, anche perché tra non molto sarà il turno della nostra bimba.


Parlaci della “La falesia dimenticata”.
Per raccontare “La falesia dimenticata” è necessario fare un passo indietro nel tempo: alla fine degli anni ’80.
In quel periodo fu “scoperta” dai climber locali una falesia a San Lorenzo Dorsino, tra la Valle del Sarca e le Dolomiti di Brenta, con caratteristiche di arrampicata uniche.
Ebbe così inizio l’attività di chiodatura di numerosi itinerari di salita e, grazie alla pubblicazione della prima guida di Arco, la frequentazione del luogo crebbe in modo esponenziale.
Crebbe troppo e troppo in fretta, tanto che il proprietario del terreno, all’inizio degli anni ’90, decise di chiudere il sito e fece togliere tutti gli ancoraggi.
L’interesse per la falesia, però, non si è mai sopito: troppo bello il luogo, troppo bella la roccia che la rende unica.
Così, all’inizio dell’anno, è nata l’idea di chiedere al proprietario del terreno se fosse interessato a vendere: il resto è storia recente.
Visto il parere favorevole del proprietario è nata l’ Associazione sportiva dilettantistica Dolomiti Open, costituita per  restituire questa “Gioconda” dell’arrampicata al popolo degli arrampicatori.
L’Associazione, inoltre, riunisce le diverse iniziative dedicate alla montagna inclusiva organizzate da Simone Elmi e alle quali collabora la Sportfund.

Perché vi siete rivolti al crowdfunding per finanziare il progetto?
La visione dell’Associazione Dolomiti Open è stata chiara fin dall’inizio: questo luogo doveva diventare di tutti: per questo una campagna di acquisto “dal basso” ci è sembrata l’unica idea percorribile.
In questo modo tutti avrebbero potuto partecipare a un progetto condiviso a beneficio della comunità dei climber e degli amanti dello sport all’aperto.
Avremmo potuto lanciare una raccolta fondi mirata a partner specifici ma il  crowdfunding ci è sembrata la massima espressione di uno sforzo per l’acquisto condiviso da chiunque volesse farne parte.

Quali sono i fattori principali per una campagna crowdfunding di successo?
Un progetto chiaro con un cuore che batte forte, sostenuto da una squadra motivata, da tanta comunicazione e da tante relazioni personali, disinteressate e sincere.
Mi ha colpito molto una riflessione di Umberto Galimberti, in risposta a un lettore della rubrica che tiene su La Repubblica, in cui dichiara che il pensiero “interessato” è diventato l’unico in circolazione.
A una prima impressione il crowdfunding sembra non rispondere a questa logica, ma servirà ancora tempo per capire bene queste dinamiche in cui, in qualche modo, entra l’atto di donare.

Perché avete scelto Eppela come piattaforma?
La piattaforma ci è sembrata da subito molto semplice da utilizzare, inoltre abbiamo trovato una persona “fisica” cordiale e competente con la quale confrontarci sull’idea e sulle procedure.
Abbiamo poi deciso per il “tutto o niente”: Eppela, infatti, se non si raggiunge il budget prefissato considera la campagna non finanziata e ai donatori non viene addebitato nulla.
Questa modalità ci ha dato garanzia di trasparenza sull’utilizzo dei fondi.
È normale che, a conclusione della campagna molti donatori perdano il contatto con l’ente proponente mentre l’obiettivo da perseguire deve rimanere ben chiaro e la destinazione dei fondi coerente con il progetto iniziale nella sua interezza.

Cosa avete provato quando hai chiuso la tua campagna con successo?
Naturalmente una grande soddisfazione, soprattutto per essere riusciti a creare una comunità di quasi 400 persone che hanno condiviso un’idea, formando un’unica grande squadra con un obiettivo comune.
Naturalmente durante una campagna di crowdfunding si guarda l’importo monetario, ma quello che regala una forte emozione è veder cresce il numero di persone che si unisce alla comunità.
Anche la fase di contatto per la consegna delle ricompense si sta svolgendo in un clima di stima e amicizia.
Poi, il pensiero che la falesia verrà riaperta: non vediamo tutti l’ora di arrampicare in questo luogo stupendo.

Che consiglio potresti dare a chi decide di finanziare il proprio progetto con il crowdfunding?
Essere pronti a uno grande sforzo di una squadra e non perdere mai l’entusiasmo: le campagne di crowdfunding hanno un ciclo di vita e fasi ben determinate, su Eppela durano 40 giorni, per questo è necessario predisporre in anticipo un piano di comunicazione ma, ripeto, è uno strumento nuovo anche per noi e queste sono le riflessioni che derivano dalla prima esperienza: abbiamo tutto da imparare!
Per il successo della nostra campagna, poi, si è rivelata determinante una risorsa dedicata ai social media e le partnership con le aziende di settore per le ricompense.

Vi rivolgerete ancora al crowdfunding in futuro?
Il crowdfunding è uno strumento che stiamo analizzando a fondo come possibilità di finanziamento ai nostri progetti ma non come strumento principale.
La creazione di una comunità deve reggersi sugli elementi che ho descritto poc’anzi  e l’insieme delle azioni da realizzare richiede tempo e attenzione.
La “macchina” gira sulle relazioni e sulla fiducia: elementi contrari alla velocità a cui ci siamo abituati con i nuovi strumenti di comunicazione.
Ogni volta che mi trovo a che fare con i social media mi torna inevitabilmente in mente la riflessione di René Thom il quale, già all’inizio degli anni ’80, ci avvisò che un eccesso di dati avrebbe portato a una perdita di senso dell’informazione.
Il crowdfunding deve tenere insieme queste due velocità: quella istantanea dell’informazione e quella lenta della relazione interpersonale.

Qual è il tuo pensiero sul crowdfunding?
Come detto in precedenza, è ancora presto per dare un giudizio su una modalità di finanziamento, ma anche di comunicazione, che in Italia sta muovendo i primi passi in forma organizzata.
Non conosco i regolamenti delle varie piattaforme ma ritengo utile un codice etico che impedisca comportamenti distorsivi che possano minare la fiducia dei donatori. Una piattaforma “dal volto umano”, come si dichiara Eppela, , può contribuire alla vigilanza e incentivare le modalità virtuose all’approccio finanziario da parte degli enti del Terzo settore.

Alberto e l’associazione “Dolomiti Open ASD” si sono rivolti al crowdfunding per restituire la Falesia dimenticata” a tutti gli appassionati dell’arrampicata.
E ci sono riusciti grazie alla grande community che si è creata attorno a questo emozionante progetto.

Cogliamo l’occasione per ringraziarli della disponibilità e per salutarli, sperando che possano godersi la loro parete riguadagnata con tanto impegno.
Ti consigliamo di visitare il loro sito per approfondire la loro realtà          .

Speriamo che questo progetto ti abbia appassionato quanto ha appassionato noi

A presto!

#falloconlafolla

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